Il dibattito di questi giorni – al di la di ogni qualunque e altra considerazione – rende l’immagine di un Paese sempre più ripiegato su se stesso ed in cui la politica non riesce – evidentemente – ad interpretare quello che realmente sta succedendo, i termini in cui le persone vivono quotidianamente e quello che si sta muovendo attorno all’Italia e che necessariamente ha ricadute importanti sul futuro della Nazione.

Nonostante qualche timido tentativo, la voce dei cattolici appare assente, non tanto quella dei Vescovi ma quella del laicato cattolico che in Italia ancora esiste e dei cui valori la politica avrebbe sempre più bisogno. La sensazione è che mentre si sta progressivamente perdendo di vista il motivo dello stare insieme, tutti credano che sia qualcun altro a dover intervenire. E’ necessario il punto di vista, una proposta del laicato cattolico impegnato – anche per aprire sempre di più gli spazi della partecipazione ad altre persone che fin qui sono restate ai margini e potrebbero dare linfa ed impulso – sui grandi temi.

Cosa pensiamo noi cattolici non tanto e non solo e giustamente della immigrazione e dei diritti ma della questione industriale e dei temi della ricerca e dell’innovazione qui correlati, della questione operaia, della assenza ormai totale di linee di politica industriale, della progressiva perdita di posti di lavoro che reca con se il grande tema della povertà, della povertà minorile, della povertà energetica?

Quale proposta politica viene dal mondo cattolico sul tema della transizione energetica – tanto cara alle nuove generazioni mobilitate ad esempio da Greta -, delle infrastrutture materiali ed immaterial, del debito pubblico e della sua gestione, della scuola, dell’Università?

I dati pubblicati oggi da Eurobarometro dicono di un’Italia – Paese fondatore dell’Europa – più euroscettica fra tutti i Paesi dell’Unione: certo questa Europa basata solo sull’economia non piace nemmeno a noi, va riformata certamente ma qual è la proposta dei cattolici italiani impegnati in politica? Quale il contributo in Europa?

Questo vuoto di contenuti e di pensiero richiede azione, richiede che vada riempito ed è una grande occasione per un movimento cattolico di laici che sappia organizzarsi. Qualche tempo fa, era il 2014, l’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan pubblicava un volumetto che parlava dell’Italia come di un Paese smarrito ma anche della speranza di un Popolo e poneva all’attenzione del dibattito politico e culturale il fatto che in Italia si stesse avvertendo la stanchezza: quella di un popolo che crede sempre meno in se stesso, che estende impietosamente il giudizio critico sulle allora attuali elites a tutto il proprio passato e perfino al proprio DNA di Nazione. Che produce ogni tanto delle fiammate di indistinta indignazione che non hanno il respiro della costruzione di qualcosa di duraturo.

“Un popolo che invecchia progressivamente e che si permette un’inerzia che dura da troppo tempo, arroccandosi, protetto ma non soddisfatto, in piccole rendite di posizione che vengono poi irrimediabilmente scosse dalle svolte della storia, che non è sincronizzata sui nostri orologi.

Tutti si chiedono come entrare nel sistema, piuttosto che interrogarsi su come 7come cambiarlo in meglio. Le corporazioni dei garantiti fanno sistema sul piano internazionale ed economico. Il tutto ingessa il Paese e lo tiene fermo in un conformismo mascherato di aggiornamento e di progresso. Sembra che poche persone e pochi concetti facciano una nazione. E sono sempre quelle persone e quei concetti. Un perbenismo culturale ed istituzionale che omologa i giudizi mentre un Paese sotterraneo, vivo e promettente, non trova le fessure per emergere adeguatamente.” Ecco, l’analisi di cinque anni fa -non tenuta in alcuna considerazione da tutti i cd “Partiti tradizionali” ha provocato l’attuale situazione, in cui non si riesce più nemmeno a decidere da che parte andare e da che parte condurre l’Italia. La trappola della modernità ci ha reso certamente prigionieri del presente e che – di conseguenza – è ad esempio impossibile tracciare – per fare un esempio – delle linee di politica industriale a lungo termine fino a quando ci troveremo a fare i conti – non uscendone – dal cd. “ attimo del presente continuato”, immersi come siamo in una società “presentista “ ed in un una economia “presentista”.

La situazione del presentismo si scontra poi con due ulteriori fattori che oggi non possono essere sottovalutati: il nuovo paradigma della competitività suggerisce che tra i tanti fattori della produzione le persone e le qualifiche sono probabilmente i più importanti; il capitale umano ha l’ulteriore elemento di attrazione della flessibilità: le competenze professionali che producono eccellenza sono spesso trasferibili fra settori e fra Stati.

Tutta questa analisi richiede pensiero e lungimiranza, il contrario del presentismo: i Governi del G7 prestano da molto tempo una enorme attenzione ai posti di lavoro nell’industria, con una particolare enfasi a quelli di fabbrica. Se a sostegno di questo orientamento vi sono molte ragioni politiche, vi è anche un solido argomento economico che poggia sulla crescita della produttività: un argomento da svilupparsi a lungo analizzando e mettendo insieme tutti gli indicatori sociali, economici, di prospettiva e di un nuovo concetto della produttività.

Nella sfera della politica il “presentismo”, poi, ha rotto gli argini, demolendo i pilastri della democrazia rappresentativa, e aprendo la frattura più grave con la quale in tutto l’Occidente stiamo facendo i conti: la separazione fra la società e la politica.

Due mondi ormai incomunicabili, distanziati da un reciproco distacco, che si nutre di rancore, indignazione e rabbia. Emozioni e non più interessi o appartenenza. In un campo d’azione dove la cronaca ha sepolto la storia, altro sintomo di una modernizzazione ormai fuori controllo.
Occorre ripartire creando un progetto politico e culturale per l’Italia, non escludendo ma coinvolgendo tutti , da Confindustria ai Sindacati ai Corpi Sociali, con una classe dirigente da rinnovare, degna di questo nome, che sappia assumersi le responsabilità proprie della politica, che sia in grado di tracciare una strada.

In questo particolare momento è importante avere strumenti per lavorare su temi concreti di carattere economico dotati intrinsecamente di un risvolto di carattere politico e di ricaduta sul bene comune. E inserire questa azione in un più ampio quadro di riflessione. In sintesi ci sentiamo di riprendere spunto dalle parole di Pio XII: “Azione e non lamento. E’ il precetto dell’ora. Non lamento su ciò che è o che fu, ma ricostruzione su ciò che sorgerà e deve sorgere per il bene della società”. I cattolici in questo momento non possono stare a guardare: sarebbero complici del declino cui l’Italia sembra ineluttabilmente andare incontro.

 

Mario Benotti