L’ulteriore rinvio della Brexit con tutto quello che comporterà -compresa la partecipazione del Regno Unito alle ormai prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo – in qualche modo scompagina i giochi e i preparativi della vigilia, comprese le previsioni non più così certe di un Parlamento Europeo a maggioranza “ sovranista”. Ma un’altra Europa rispetto a quella che abbiamo vissuto fin qui è certamente possibile, esiste un’altra Europa, occorre costruire un’altra Europa. Negli ultimi 10 anni – e anche in questi ultimi anni di crisi – non si è fatto altro che parlare di crescita, e poi di spread, e poi di patto di stabilità, e poi di regole di bilancio, in Europa in particolare del famoso 3%. Per chi abbiamo poi cercato di conseguire questa fantomatica crescita? E in che modo abbiamo cercato di conseguirla, posto che in quest’ultimo periodo ed in momenti anche recenti abbiamo fatto affidamento a volte solo sulla finanza, dimenticando che la finanza scambia valore ma non crea valore e che il valore è legato alla produzione?

E quando poi ci siamo interrogati sulla questione della produzione, in Italia ed in altri Paesi dell’Europa ci siamo trovati di fronte alla mancanza di una cosa fondamentale la mancanza di una linea e di una idea di politica industriale sia a livello europeo – con la ricerca di una idea comune di sviluppo dell’Unione – sia a livello interno del nostro Paese – la mancanza di una idea di Italia della produzione – e quindi alla sua ricerca , a volte anche in maniera confusa.

Pensiamo poi a quanti, per parlare di “politiche rigoriste” e poi per applicarle e poi per giustificarle hanno detto e spiegato che tutto andava fatto “per il futuro dei nostri figli”. Il Presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker in uno dei suoi primi discorsi qualche anno fa ha evocato puntualmente il tema delle generazioni future spiegando che “…non potevano essere traditi i nostri figli ed i nostri nipoti staccando assegni che alla fine saranno loro a dover onorare…”. C’è un tradimento alle generazioni future in questa idea di Europa che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo? Se un tradimento alle generazioni future è insito in questa idea di Europa è certamente quello di privarle – con una politica esclusivamente rigorista e di poco o inesistente sviluppo – della impalcatura e delle infrastrutture indispensabili alla crescita ed al benessere, di lasciare loro in eredità infrastrutture cadenti, scuole mediocri, un sistema sanitario inadeguato ed una crescita potenziale compromessa.

E quindi ecco che viene a galla il grande errore, il grande equivoco di questi tempi in Europa: se dobbiamo conseguire la crescita ed è giusto conseguirla – essa non può essere una cosa astratta, per pochi soggetti. La crescita deve essere per l’Uomo, per la persona umana, per il miglioramento delle sue condizioni di vita. E’ normale che in Europa, in quell’area dell’Euro che tende alla crescita ci siano 27 milioni di bambini poveri? A noi non sembra normale. E’ normale che la nostra Europa si sia trasformata in un coacervo di regole e burocrazie varie che hanno fin qui lavorato per la cieca applicazione di politiche di austerità a favore solo di qualcuno e che hanno portato alla recessione, alla crisi, alla “giapponesizzazione” dell’economia, all’impoverimento e alla disperazione delle persone cui a volte non possiamo che assistere inermi? Ecco, a noi non sembra normale.

E’ necessario tornare a parlare di Europa sociale, di sviluppo, di economia reale, in una parola quell’Europa per la crescita dell’Uomo e dei popoli in cui abbiamo creduto e crediamo.
L’Europa si è posta il problema del risanamento dei bilanci pubblici perché ha un sistema di regole che serve esattamente a questo; ha costruito sistemi europei per aggiustare le finanze e costruire l’Unione bancaria, ha fatto enormi sforzi di costruzione di regole comuni, di cessione di sovranità nella gestione di sistemi finanziari che va al di la della mera gestione monetaria nella zona Euro. Una cosa però l’Europa non ha ancora fatto: arrivare ad una politica comune dell’occupazione e della crescita. Sono temi che sono rimasti nella disponibilità delle politiche nazionali e che sono però legate alle stringenti politiche di bilancio dell’Unione Europea .

Il lavoro però non si può creare per decreto: secondo i dati relativi a gennaio 2019 degli effetti del cosiddetto “decreto dignità” la stima degli occupati è cresciuta solo dello 0,1% (+21mila), lasciando ancora il tasso di occupazione stabile al 58,7 per cento.

Non si “creano”, insomma, nuovi posti di lavoro. A fronte di 56mila contratti stabili in più, si contano anche 15mila disoccupati in più, con un aumento del tasso di disoccupazione, anche tra i più giovani. Abbiamo quindi bisogno dell’impresa e degli imprenditori : torniamo a parlare, anche insieme alla politica, di un qualcosa per cui è bello ed appassionante fare costruire e dare vita e fare crescere un’azienda, la responsabilità sociale dell’impresa. Occorre tornare a fare impresa non per venderla immediatamente a qualcuno ai primi utili conseguiti, proviamo di nuovo a creare ricchezza perché un sistema di imprese forti è un importante contributo al futuro dell’Italia e dell’Europa.

Proseguiamo nel nostro ragionamento: una cosa è l’Europa e l’Unione Europea, un’altra cosa è l’ideologia dell’Europa e dell’Unione Europea, l’ottimismo dei fondatori – che noi vogliamo ritrovare – è oggi sostituito non solo dal realismo ma anche dallo scetticismo; per noi l’Europa è quella della sussidiarietà e non della verticalità, l’Europa è quella della collaborazione fra Stati. Vogliamo un’Europa – e questo è stato il messaggio che insieme a tante soluzioni di carattere tecnico – che riscopra la centralità della politica.

L’errore è stato lasciare che la politica perdesse centralità nel discorso pubblico, impedendole di indicare soluzioni, con il pessimo risultato che essa non è più stata in grado di tutelare le persone nei propri bisogni quotidiani, e ha finito col perdere la capacità di alzare lo sguardo e individuare strade per le prossime generazioni.

È possibile cambiare questo registro? A nostro modo di vedere è urgente e necessario. Non solo la politica deve tornare a occupare il centro della vita pubblica, conquistando quello spazio che le è stato sottratto. Ma deve, e questo è senza dubbio l’aspetto più gravoso, tornare a svolgere il proprio ruolo fondamentale, vale a dire disegnare il futuro della società. La crisi della governance europea e lo stesso calo di fiducia nelle istituzioni dell’Unione da parte dei cittadini segnala che senza la politica non esiste la stessa Europa, la tecnocrazia imperante impedisce di ragionare sulla possibilità di usare gli strumenti già esistenti e previsti dai Trattati – frutto appunto di mediazione politica – per avviare le riforme necessarie in senso federale con ricadute importanti sugli Stati membri.

La politica deve riscoprire il senso del proprio ruolo, e noi dobbiamo riscoprire il senso della politica e avere il coraggio di liberarne le potenzialità. Un recente saggio del politologo britannico Matthew Flinders pone l’accento sul concetto che la “ difesa della politica” va intesa come difesa della “politica democratica”, in una analisi realistica in cui le sue manchevolezze sono associate al tema delle aspettative. La difesa della democrazia – e quindi di una politica “ alta” – vuol dire difesa dal mercato imperante e sregolato ma anche difesa dalla depoliticizzazione, dalle crisi, dal trattamento che i media le riservano. La studiosa statunitense di diritto ed etica Martha Nussbaum ammonisce circa la pericolosità della “dittatura del Pil”, includendo all’interno di questa formula tutti i limiti mentali di una stortura intellettuale globale, che per anni ha condotto studi e ricerche, e implementato politiche, basandosi unicamente sulle cifre economiche, Pil su tutte. Politiche che si sono rivelate poi errate e dannose per l’unico destinatario dell’azione politica, l’Uomo e il suo sviluppo, facendo divenire sempre più crescente fra la nostra gente il rifiuto verso l’Unione Europea cui stiamo assistendo.

Mario Benotti