All’indomani della straordinaria giornata di Bari, FarodiRoma intervista il professor Mario Benotti, docente di geopolitica delle risorse all’Università di Tor Vergata.

Professor Benotti, secondo Lei l’incontro di Bari rappresenta una svolta nella storia dell’ecumenismo, come affermato da più parti, o prevale la continuità?

Certamente sono vere entrambe le opinioni. Nel senso che Francesco sviluppa quanto Giovanni Paolo II aveva avviato del quale erano ben identificabili i tratti principali.
A Bari cioè si è compiuto un passo in avanti nel cammino che Wojtyla aveva avviato ad Assisi. In questo senso c’è stata una svolta per almeno tre ragioni. La prima, e più evidente, riguarda quello che il professor Andrea Riccardi ha definito un “ecumenismo di popolo”. Nel senso che per la prima volta abbiamo visto un popolo cristiano, i fedeli di Bari, partecipare in massa (il Comune ha parlato di 70 mila persone) ad un incontro tra i capi di Chiese sorelle, cioè tra il Papa e 22 Patriarchi d’Oriente riuniti per uno scopo comune e molto concreto: alleviare le sofferenze dei cristiani del Medio Oriente contribuendo alla pace nella regione. Si tratta a ben vedere di una novità assoluta. Le Giornate di Assisi, dal 27 ottobre 1986 in avanti, riunivano infatti i capi delle chiese cristiane e i leader di altre religioni, ma non vi era una partecipazione così rilevante e decisiva della popolazione locale come quella che abbiamo visto sul Lungomare di Bari.

Inoltre – ed è la seconda ragione – a Bari accanto alla preghiera comune vi è stato un confronto sui temi molto concreti. Come ha osservato proprio il professor Riccardi non ci sono stati incontri bilaterali o dialoghi teologici ma quasi un Sinodo tra il Papa e i capi delle Chiese del Medio Oriente di fronte a un’emergenza terribile, quella della guerra in tanti suoi aspetti, e al crollo della presenza dei cristiani nella regione.
L’esperienza di Bari inaugura dunque una nuova via che i cristiani possono percorrere in Medio Oriente e in altre regioni del mondo: un ecumenismo solidale.

La terza e non meno importante considerazione riguarda infine quello che potremmo definire un riposizionamento strategico delle chiese cristiane in ordine a una comune visione “geopolitica”, anche perché come ha detto il Papa non c’è in Medio Oriente alternativa alla pace.
Per parlare molto chiaro, Francesco e i Patriarchi del Medio Oriente, attraverso il coinvolgimento della Chiesa Ortodossa Russa presente anch’essa a Bari, hanno riconosciuto a Mosca un ruolo determinante in quello scacchiere, in particolare sulla Siria dove il Papa ha nominato cardinale il nunzio apostolico Mario Zenari testimoniando la grande attenzione della Santa Sede per questo martoriato paese, che non data da adesso.

C’era certamente un “convitato di pietra” a Bari, la religione islamica…

Da parte della Santa Sede, fin dai tempi del Concilio, ma anche di diversi dei Patriarchi presenti, è stato pubblicamente riconosciuto ben prima dell’incontro di Bari che la religione islamica ha tutto il diritto di partecipare al dialogo interreligioso vedendosi con la piena dignità di interlocutore. Del resto non bisogna mai dimenticare che sono gli islamici che pagano il prezzo più alto al terrorismo fondamentalista. Dopo le tensioni seguite alla Lectio Magistralis di Papa Benedetto a Ratisbona, sono state archiviate quelle incomprensioni e si è riannodato il dialogo con l’Islam che è una religione di pace, con minoritarie deviazioni fondamentalistiche le quali purtroppo sono presenti anche nel cristianesimo, come nel buddismo e nell’induismo.

Tuttavia è ben chiaro il ripudio di ogni fondamentalismo da parte del Magistero Cattolico. Fu San Giovanni XXIII – canonizzato insieme a San Giovanni Paolo II – ad iniziare a promuovere l’unità della famiglia non solo cristiana ma anche umana nel Discorso di apertura del Concilio Vaticano II l’11 ottobre 1962: l’unità dei cattolici, l’unità con i cristiani non ancora in piena comunione e – infine – l’unità basata sulla stima ed il rispetto che coloro che seguono le diverse forme di religione non ancora cristiane nutrono verso la Chiesa cattolica.
Papa Paolo VI espresse la profonda convinzione che “la Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere, la Chiesa si fa parola, la Chiesa si fa messaggio, la Chiesa si fa colloquio”. Papa Giovanni Paolo II sviluppò la “cultura del dialogo”, Benedetto XVI ha proposto il “dialogo nella carità”. Papa Francesco riprende tutti questi temi, li sviluppa ancora e parlando davanti ai membri del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso spiega che “dialogo interreligioso ed evangelizzazione non si escludono, ma si alimentano reciprocamente. Non imponiamo nulla, non usiamo nessuna strategia subdola per attirare fedeli, bensì testimoniamo con gioia, con semplicità ciò in cui crediamo e quello che siamo. In effetti, un incontro in cui ciascuno mettesse da parte ciò in cui crede, fingesse di rinunciare a ciò che gli è più caro, non sarebbe certamente una relazione autentica. In tale caso si potrebbe parlare di una fraternità finta”.

E’ un crinale abbastanza insidioso. Il Papa ha spiegato il ripudio cattolico del proselitismo ma esiste anche il dovere cristiano dell’annuncio…

Il Papa ha osservato che è “diffuso il pensiero secondo cui la convivenza sarebbe possibile solo nascondendo la propria appartenenza religiosa, incontrandoci in una sorta di spazio neutro”. Ma, è il suo interrogativo, “come sarebbe possibile creare vere relazioni, costruire una società che sia autentica casa comune, imponendo di mettere da parte ciò che ciascuno ritiene essere parte intima del proprio essere? “Non è possibile pensare – osserva Francesco – a una fratellanza da laboratorio. Certo, è necessario che tutto avvenga nel rispetto delle convinzioni altrui, anche di chi non crede, ma dobbiamo avere il coraggio e la pazienza di venirci incontro l’un l’altro per quello che siamo. Il futuro sta nella convivenza rispettosa delle diversità, non nell’omologazione ad un pensiero unico teoricamente neutrale. Diventa perciò imprescindibile il riconoscimento del diritto fondamentale alla libertà religiosa, in tutte le sue dimensioni”.

Secondo Lei la Chiesa con Francesco ha cambiato linea politica?

Assolutamente no. Pensiamo soltanto al ruolo esercitato dal cardinale Jean Louis Tauran, fedele e intelligente servitore dei tre ultimi Papi, scomparso prematuramente in questi giorni, esercitato sempre al massimo livello di competenza e con grande lungimiranza, prima come “ministro degli esteri” di Giovanni Paolo II e poi come capo del dicastero per il dialogo interreligioso con Papa Francesco. Piegato dalla malattia, Tauran ha compiuto una serie di viaggi nei paesi arabi, in Giordania e in Medio Oriente tessendo rapporti e avviando percorsi comuni. L’anno scorso poi accompagnò Francesco nello storico viaggio ad Al Alazhar. Un percorso che deve continuare e certamente continuerà: indietro non si torna.

Mi piace ricordare in proposito anche quanto scrive Francis Rooney, ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede tra il 2005 ed il 2008, in una sua pubblicazione che analizza da un punto di vista assolutamente privilegiato la visione della Chiesa Cattolica sulla politica mondiale e quelle che lui definisce “straordinarie” relazioni diplomatiche fra il Vaticano e l’America, ricordando ad esempio la figura dell’arcivescovo Pietro Sambi, nunzio apostolico in Israele prima e negli Stati Uniti dopo. Secondo monsignor Sambi, l’azione diplomatica della Santa Sede si basa su tre concetti fondamentali. Il primo concetto è quello della verità perché se non si conosce la verità non si può nemmeno costruire la pace. Il secondo concetto è quello della giustizia che, ricordava il Nunzio, nei tempi moderni sembra essere un po’ persa. Il terzo concetto è quello della libertà , qualcosa che talvolta poteva essere una sorpresa nella stessa Chiesa. Ma fra tutte le libertà, la prima libertà è la libertà religiosa e la libertà di coscienza. Il tratto pastorale di Monsignor Sambi, che nel suo servizio alla Chiesa diveniva politico e diplomatico, è stato certamente quello del dialogo basato sulla libertà.

C’è chi pensa, adesso, che la stagione del dialogo sia finita…

Niente di più sbagliato. Con Francesco la Santa Sede si rende protagonista di una vera e propria azione politica per lo sviluppo delle relazioni internazionali e per lo sviluppo della pace nel mondo, che passa in questo momento anche e soprattutto attraverso l’uguaglianza e lo sviluppo economico. Quando Giovanni XXIII scrive l’Enciclica Pacem in Terris la minaccia alla pace nel mondo era costituita dalla Guerra Fredda. Oggi la minaccia alla pace viene certamente da tanti focolai di guerra, ma viene anche e soprattutto dalla minaccia alla dignità dell’Uomo data dagli effetti della crisi economica. Per agire e portare il messaggio della Chiesa occorre certamente che la Santa Sede faccia una sua politica anche attraverso la sua attività internazionale.

Lei intende dire che il ruolo della diplomazia pontificia potrà essere cruciale nel prossimo futuro?

Io ritengo che Papa Francesco stia operando proprio in questa direzione con nomine sempre più accurate di nunzi apostolici adeguati alle rinnovate esigenze della Chiesa Cattolica che di fatto ha una sua “politica” su quasi tutti gli orizzonti del mondo. Il professor Andrea Riccardi scrive che se si dovesse usare la categoria di “potenza” che peraltro molto poco la definisce, non la si potrebbe considerare una potenza regionale, perché i suoi interessi si estendono alle più diverse regioni del mondo. La Chiesa è una “potenza” davvero particolare, senza un suo territorio se si toglie quello simbolico costituito dalla Città del Vaticano, è un popolo fra i popoli. I fedeli cattolici sono cittadini di diversi Paesi, talvolta in conflitto fra di loro malgrado la comune appartenenza religiosa come spesso purtroppo vediamo in tempo di guerra.

Esiste certamente una politica della Santa Sede. Ma questa politica si caratterizza non solo per il rapporto con gli altri Stati; c’è un altro aspetto, quello della relazione fra la Santa Sede e le comunità cattoliche dei vari Paesi. La politica della Chiesa viene dunque a configurarsi come un rapporto triangolare tra Roma – diocesi del Papa -, le comunità cattoliche nazionali e gli Stati; non si esaurisce nelle relazioni diplomatiche tra il Vaticano e un Governo, ma nemmeno si identifica con i rapporti tra un governo nazionale e i cattolici di quella nazione.
La politica della Chiesa di Roma è dunque qualcosa di complesso per il suo strutturarsi – e quindi giornalisticamente molto interessante per chi ne voglia approfondire i contenuti veri – e per le motivazioni e gli impulsi che la animano. E quello che sta succedendo in questi giorni, non solo Bari ma anche il tema dell’Europa e delle migrazioni, ne è un esempio concreto.

 

Sante Cavalleri per FarodiRoma