In questo particolare momento di turbolenza politica – e di possibile crisi di carattere istituzionale – è importante lavorare su temi concreti di carattere economico dotati intrinsecamente di un risvolto di carattere politico e di ricaduta sul bene comune. In sintesi ci sentiamo di riprendere spunto dalle parole di Pio XII: “ Azione e non lamento. E’ il precetto dell’ora. Non lamento su ciò che è o che fu , ma ricostruzione su ciò che sorgerà e deve sorgere per il bene della società”.

Soprattutto in questo momento di tensione e di incertezza, ma tutto sommato anche di prospettiva per la politica, deve prendere la soluzione di problemi veri , quelli dei cittadini, che se non gestiti diventeranno sicuramente un problema per tutto il Paese. La situazione ingeneratasi nella serata di oggi crea certamente le condizioni per la nascita di uno spazio politico nuovo nel Paese, che non si fondi su cose astratte ma sulla realtà delle esigenze dei cittadini che hanno bisogno e chiedono fortemente di essere governati con risposte concrete.

Dobbiamo ad esempio ragionare sulla assoluta necessità di attivare un “Piano Marshall per l’Italia”, che non venga dall’esterno ma che si attivi da dentro il Paese, che ne ha le possibilità, con idee realizzabili , tutte autofinanziate, in grado di attrarre altri imprenditori ed altri investitori. Il punto su cui si è combattuta e vinta la Campagna elettorale 2018 da parte di talune forze politiche è stato il rifiuto – ovvero di rivedere in prospettiva – le regole europee: l’Italia sembra stretta in una morsa mortale fra parametri europei , riforme strutturali, esperienza di recessione, stagflazione, rischio non assolutamente superato di “ giapponesizzazione” dell’economia.

Bisogna interrogarsi come vada interpretato in termini realistici il concetto di flessibilità, magari legato però agli investimenti (pubblici e/o privati in sussidiarietà), in modo da rimanere in linea con quanto delineato dalla politica dell’Unione Europea, volta a stimolare gli investimenti che secondo Mario Draghi mancano all’appello in Italia, ovvero gli investimenti privati. Noi vogliamo ricomprendere fra gli attori di questi investimenti anche i detentori del cd. “ Risparmio sociale”, ovvero quello costituito dalle Casse di Previdenza obbligatorie ovvero dei Fondi e dei sindacati, che si troveranno così a prendere parte ad una operazione che nasce dalla base del Paese, volta alla sua rinascita. E’ di solare evidenza che – nell’ambito della nostra analisi – dobbiamo tenere in considerazione il tema delle Nuove Povertà.

L’Etica del lavoro, che fin dall’inizio dell’epoca moderna si proponeva – contemporaneamente – di inserire i poveri nella vita produttiva, sradicare la miseria e garantire la pace sociale. In pratica essa è servita da stimolo all’addestramento e alla disciplina, instillando quell’obbedienza necessaria a far funzionare il nuovo sistema di lavoro dell’industria. Cosa è dunque oggi il fenomeno della povertà o della nuova povertà che dobbiamo politicamente combattere non con cose astratte ma creando di nuovo impresa, che rechi con se ogni responsabilità sociale? E’ un problema legato alla definizione culturale della povertà e dei nuovi meccanismi sociali che la producono. Passando per l’analisi della disoccupazione prodotta dalla globalizzazione ( ovvero dal non governo di essa), dovremo sviscerare le nuove dimensioni internazionali dei problemi del lavoro e della povertà, con il connesso passaggio dallo “ stato sociale” allo “ stato di sicurezza”.

Noi dobbiamo – con un nuovo ruolo dell’impresa inserita nel mercato – combattere radicalmente la povertà, evitando che il contributo di politiche unicamente assistenzialistiche conduca al default dei conti dello stato da un lato e dall’altro produca – in assenza di un nuovo concetto e un nuovo significato di etica del lavoro – che dobbiamo trovare velocemente – adattato ai tempi del presente, evitando il dilagare di un più pernicioso e sottovalutato problema che è quello della Povertà minorile.

Il riemergere nel dibattito pubblico della questione della cittadinanza – messa anche in relazione ad una vera o presunta crisi della democrazia – riporta all’attenzione l’azione politica e di studio del prof. Roberto Ruffilli, assassinato da un commando dalle Brigate Rosse con tre colpi alla nuca nella sua casa di Forlì il 16 aprile 1988. Nella sua visione, il Professor Ruffilli tentò fortemente di porre all’attenzione della politica il fatto che andasse recuperata ed esaltata la funzione del cittadino-arbitro della democrazia. La sua era la preoccupazione per un degrado, già da allora sempre meno arrestabile, nell’efficienza e nella correttezza dei poteri statali e locali, con l’aumento di forme di disaffezione e distacco da parte dei cittadini. Ruffilli individuava in uno degli ultimi scritti prima di essere assassinato un ruolo preciso per l’opinione pubblica, per le punte più critiche e i movimenti più consapevoli: quello di contestare l’uso tattico, manovriero e strumentale delle riforme . Si debbono incalzare i partiti perché esprimano posizioni chiare, si assumano le loro responsabilità per la messa in moto e l’andamento complesso del processo riformatore.

Se l’intuizione di Ruffilli fosse stata tenuta nella giusta considerazione, se si fosse nei fatti avvicinata l’azione politica al cittadino così come questo chiedeva non solo in Italia ma anche nel resto dell’Europa, forse non ci troveremmo in questo momento innanzi a questa lacerazione del sistema politico ed avremmo potuto contribuire come Paese fondatore ad attenuare quanto meno la crisi profonda che sta investendo l’Unione Europea e individuare alcuni correttivi nell’azione politica dentro il Paese.

Le elezioni dello scorso 4 marzo in Italia non hanno assolutamente sancito la fine della democrazia o quella della politica come taluni osservatori hanno affermato: gli elettori – certamente negli ultimi tempi non visti come arbitri – hanno chiesto ad altre forze politiche che venisse interpretato il malessere diffuso di una certa classe media ormai praticamente distrutta, quello dei giovani cui il Paese fatica ad assicurare un futuro, delle fasce più povere della popolazione.

Le colonne dei giornali e i dibattiti in televisione sono state e sono dunque adesso piene dei termini “populismo” e “ populisti”, realtà questa peraltro alquanto complessa. Una situazione – quella che viene astrattamente indicata come protesta verso il sistema complesso dei Partiti “ tradizionali” che non troviamo soltanto in Paesi in recessione, sottoposti a politiche di rigore e caratterizzati da forte disoccupazione, generalizzazione del precariato e allargamento delle disuguaglianze. Sono fenomeni che non possono essere rappresentati o interpretati unicamente come una minaccia per la democrazia liberale o rappresentativa, o all’inverso come portatori di una speranza e di profondo rinnovamento di quest’ultima. Vengono a trovarsi all’incrocio fra il rigetto di qualunque genere di politica o di aspirazione ad una democrazia diversa, all’incrocio cioè di qualcosa che delinea l’evoluzione dell’ordine democratico, espressione e vettore di metamorfosi forse fondamentali delle nostre democrazie, quantomeno in Europa.

Questa “democrazia del pubblico” a sua volta si trasforma – per effetto della accelerazione della globalizzazione, dell’impatto della integrazione europea che contribuisce al rimodellamento degli Stati – Nazione, della riduzione del margine di manovra dei governi di fronte al capitalismo finanziario, dell’ascesa del potere tecnocratico e del formidabile sviluppo delle tecnologie di comunicazione: tutti elementi che contribuiscono, insieme ad altri, all’espansione dei populismi, spesso associati alla impennata dei nazionalismi, e aprono forse una nuova era che Marc Lazar e Ilvo Diamanti propongono di chiamare “popolocrazia” . Tutto ciò ha bisogno di un appello, che interroghi gli uomini liberi e forti così come fece un secolo fa Don Luigi Sturzo in quanto nei momenti gravi “alto è il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria”.

 

Mario Benotti