Negli ultimi tempi è stata dedicata molta più attenzione alla questione del perché le nazioni povere restino povere piuttosto che a quella del perché le nazioni ricche tornino, ovvero rischino di tornare, alla povertà, un fenomeno assai meno consueto e a cui comunque stiamo assistendo in questo periodo che comunemente chiamiamo “di crisi”. Non è tanto un problema di economia o di sviluppo economico, ma alla base di tutto questo vi è – a nostro avviso – un problema di degenerazione istituzionale.

Bisogna chiedersi, per poter ricostruire anche in termini di prospettive europee: che cosa è andato storto nel mondo occidentale contemporaneo? E la risposta non è di nuovo necessariamente di tipo economico, la risposta è una riflessione sulla questione – anche solo in un approccio di natura etica e laica – dei valori. Guardiamo la storia aiutandoci con il lavoro degli studiosi, Douglass North, John Wellis e Banny Weingart che ragionano di due punti di vista e di due modelli di organizzazione umana: il primo modello è il modello dello Stato naturale o ad accesso limitato con una economia a crescita lenta, un numero relativamente basso di organizzazioni non statali, un Governo piccolo e molto centralizzato che opera senza il consenso dei governati, relazioni sociali organizzate secondo linee personali e dinastiche.

Il secondo è un modello è un modello ad accesso aperto, caratterizzato da una economia a crescita più rapida, una società civile ricca e vivace con molte organizzazioni, un Governo più eguale e più decentrato, relazioni sociali governate da forme impersonali come il “rule of law” che comportano l certezza dei diritti di proprietà, l’equità ed – almeno in teoria – l’uguaglianza.

Oggi quasi tutto è in vendita, eppure ci sono cose che il danaro non può comprare anche se non sono, purtroppo, molte. Negli ultimi tre decenni i mercati ed i valori di mercato hanno preso a governare le nostre vite come mai prima di adesso. Si tratta di una “scelta” nata da sola, venuta da sola e non deliberata, priva quindi di una “volontà politica”. Alla fine della Guerra Fredda i mercati e le logiche di  mercato godettero comprensibilmente di un prestigio incontrastato, poiché nessun altro meccanismo di organizzazione della produzione e distribuzione di beni si dimostrò così efficace nel produrre ricchezza e prosperità.

E tuttavia, proprio mentre un numero sempre crescente di Paesi nel mondo adottava i meccanismi di mercato per il funzionamento delle proprie economie, qualcos’altro stava e sta succedendo. I valori di mercato stanno assumendo un ruolo sempre più importante nella Società, oggi la logica nel comprare e vendere non è più applicata soltanto ai beni materiali ma governa in maniera crescente la vita nella sua interezza.

Adesso, la crisi finanziaria non ha soltanto instillato il dubbio sulla capacità dei mercati di allocare il rischio in maniera efficiente ma ha anche suscitato la difficile percezione che i mercati si siano allontanati dalla morale e che in qualche modo li debba riavvicinare ad essa, anche se fino a questo momento non è ben chiaro cosa si possa o si debba fare. Serve certamente un dibattito pubblico su cosa significhi o possa significare mantenere i mercati al proprio posto, ma per affrontare un tale dibattito occorre riflettere a lungo sui limiti morali dei mercati, occorre chiedersi se vi sia qualcosa che il danaro non può comprare.

Perché preoccuparsi del fatto che stavamo andando, ma forse nel silenzio ancora stiamo andando, verso una società in cui tutto è in vendita? Per due ragioni, una riguarda la diseguaglianza e l’altra riguarda la corruzione. In una società in cui tutto è in vendita la vita è più difficile per chi dispone di mezzi modesti, e occorre dunque immaginare un contributo in termini concreti, formando un nuovo modello d’impresa che generi profitto e valore ed un nuovo sentimento di prospettiva, che vada verso Una nuova cittadinanza.

In questo panorama generale, propedeutico al nostro ragionamento, dobbiamo aggiungere l’analisi di una parola, di un termine di cui moltissimi si sono fatti vanto e che hanno in tutti i modi pronunciato, la parola crescita. E così,  analizzando il tema della crescita, fino a ieri sembrava che il problema di una mancata crescita riguardasse i Paesi poveri o arretrati ovvero in via di sviluppo, ma la grande crisi da cui non siamo usciti ci dimostra che il problema riguarda soprattutto le società “avanzate”, molte delle quali appunto – dopo 7 anni – stentano ancora ad uscire dal problema.

La democrazia non richiede una uguaglianza perfetta, non richiede che i cittadini condividano una vita in comune, ciò che conta è che le persone di diverse provenienze si incontrino e si scontrino. La questione del demandare tutto al mercato è davvero una questione che investe il come intendiamo il vivere insieme: vogliamo davvero una società in cui tutto è in vendita? Oppure vi sono beni morali e civili che i mercati non riconoscono e non onorano e che i soldi non possono comprare? Oppure ancora – e si tratta della nostra odierna prospettiva – è possibile creare qualcosa, un’Azienda, che creando valore sul mercato riesca in se stessa a contribuire al bene comune, contribuendo materialmente a rafforzare i valori del lavoro, della creazione di produzione e ricchezza, di crescita non per l’astratto ma per la dignità dell’Uomo?

Queste questioni, delicate ed importanti hanno alla base come unico comune denominatore il concetto della Pace e tutti siamo chiamati a cooperare per la sua costruzione. Si tratta a vote di ascoltare il grido di interi Popoli, i Popoli più poveri della Terra perché la Pace non si fonda soltanto sul rispetto dei diritti dell’Uomo ma anche su quello dei diritti dei Popoli. Papa Francesco richiama sul fatto che deplorevolmente persino i diritti umani possono essere utilizzati come giustificazione per una difesa esacerbata dei diritti individuali o dei diritti dei Popoli più ricchi. Abbiamo bisogno di crescere – scriveva Papa Polo VI nella Popolorum Progressio – “…in una solidarietà che deve permettere a tutti i Popoli di crescere con le proprie forze ed essere artefici del proprio destino, così come ogni essere umano è chiamato a svilupparsi”.

Noi dobbiamo tendere a questo, dobbiamo farlo in un’ottica prevalentemente e necessariamente per quel che riguarda l’Italia e il suo Governo in un’ottica europea dovendo riconoscere, noi Europei, che il nostro modello di Stato sociale e la varietà nazionale delle nostre culture possono sopravvivere solo grazie ad un sforzo comune. Rinunciare all’Unione Europea, ammoniva Jurgen Habermas nel peggiore momento di interrogativi vari sul futuro dell’Europa, significherebbe prendere congedo dalla storia mondiale.

E’ vero, l’Europa è finita – per usare ancora un termine caro ad Habermas – in una vera e propria spirale tecnocratica, ciò che manca all’Europa è certamente una political leadership e bisogna contribuire tutti a rifondarla dal basso, condividendo il valore cognitivo della democrazia deliberativa. Rifondare l’Europa dal basso non significa affidarsi alla coscienza di classe del vecchio marxismo, ma ripristinare l’autonomia della cittadinanza di fronte allo strapotere dei sistemi tecnocratici e finanziari. Ed ecco dunque la prospettiva, in chiave assolutamente innovativa per un nuovo rapporto fra profit e non profit in una moderna dimensione di una nuova democrazia transnazionale che nella sua natura più statale privilegi il riconoscimento di legittimità sulla componente gerarchico-costruttiva.

Il problema che dobbiamo affrontare, di conseguenza, risiede proprio in questa innovativa dinamica transnazionale. Il processo di integrazione ha infatti permesso lo sviluppo di un Modello Sociale Europeo, così come è stato definito da Jacques Delors, che è divenuto un punto di riferimento di molteplici istanze nazionali trasposte a livello sovranazionale. Un sistema  nel quale, per utilizzare le parole di Anthony Giddens, “è notevole l’impatto sull’identità dei cittadini, ancorati ai contesti nazionali per molte questioni legate alla cittadinanza, ma condizionati dal sistema di vincoli e opportunità che derivano dal governo europeo”. Questa dinamica ha un valore fondamentale, ed ha innescato un processo di carattere irreversibile, fino alla creazione di un vero e proprio spazio sociale europeo.

Le tematiche più urgenti, quali quella dei diritti dei lavoratori, della tutela delle minoranze, della solidarietà, sono da tempo demandate alle autorità europee, come testimonia ad esempio l’attività della Cote Europea di Giustizia su questi temi. La realtà è che una pluralità di soggetti – individui, gruppi, movimenti – con appartenenze plurime e spesso divergenti (etniche, religiose, culturali) inizia a rivolgersi direttamente al cuore dell’Europa per ottenere risposte a tematiche nuove e diverse, evitando il passaggio all’autorità nazionale, che era un tempo il naturale destinatario di tutti questi input. Occorre prendere coscienza che uno spazio sociale europeo non solo esiste, ma è in vertiginosa espansione, e quanto più i cittadini europei richiedono coinvolgimento, tanto più il lavoro dei decisori politici deve essere quello di strutturare tale spazio in modo da accogliere le istanze che partono dalla società.

Quello che serve è una nuova idea di Europa in cui dobbiamo per un momento accantonare il problema della Moneta Unica, dell’Euro e dei suoi effetti, dei mercati e dell’austerità. Una visione alternativa, pragmatica e non fideistica: deleghiamo all’Europa i compiti in cui l’Unione ha dimostrato un vantaggio comparato, o in cui è facile prevedere che lo possa avere e al primo punto, nella categoria dei vantaggi comparati dimostrati c’è il ruolo dell’europa come faro di democrazia e di rispetto dei diritti umani. A ben guardare, questo momento di crisi può essere l’occasione per l’Europa per valorizzare le proprie specificità, investendo in vari settori come l’economia reale, nella ricerca e sviluppo, nella cultura e nel turismo.

Occorre una forte politica capace di vincere le resistenze e rovesciare lo status quo. Occorre creare lavoro, la più alta delle sfide per la Politica e che è la natura di un progetto europeo nato per guardare al futuro. In uno dei suoi primi discorsi su temi di carattere internazionale ricevendo alcuni ambasciatori in Vaticano per la presentazione delle Lettere credenziali, Papa Francesco affermava che la politica deve promuovere un ordine sociale più umano, incoraggiava gli esperti di finanza ed i governanti – mettendoli sullo stesso piano delle responsabilità – ad essere a servizio del bene comune, a prendere in considerazione l’etica e la solidarietà per costruire una nuova mentalità politica che contribuisca a trasformare la dicotomia assoluta fra sfera economica e sfera sociale in una serena convivenza.

E’ vero, la questione del lavoro, in alcune aree del mondo, è strettamente legata al fenomeno delle migrazioni ed in alcuni casi al fenomeno migratorio dei minori che cercano di varcare le frontiere senza i propri genitori. Intervenendo a Città del Messico ai lavori del Colloquio Mexico-Santa Sede su mobilità umana e sviluppo, il Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha detto che “nel nostro mondo globalizzato il progresso non si guadagna unicamente con un maggior flusso di capitali, mercanzie ed informazioni. Un incremento dell’interscambio commerciale e finanziario fra le Nazioni non comporta, in maniera automatica, un miglioramento nel livello di vita delle popolazioni, né tantomeno genera automaticamente – ricorda il Segretario di Stato – maggiore ricchezza”.

“Al contrario osserviamo che le Nazioni, soprattutto quelle più avanzate dal punto di vista economico e sociale, debbono il loro sviluppo in gran parte proprio ai migranti. Quindi non c’è alcuna giustificazione alla discriminazione, al razzismo, al trattamento vessatorio, alle ingiustizie nel mondo del lavoro. La soluzione della questione migratoria passa attraverso una conversazione culturale e sociale in profondità che permetterà di passare da una cultura dello scarto ad una cultura dell’accoglienza e dell’incontro – conclude il Cardinale Parolin – come raccomanda Papa Francesco”.

Quando il Papa mette in guardia la politica dalle insidie del lavoro precario dobbiamo ascoltarlo, a Venezia parlando ad un gruppo di giovani durante il primo evento della Presidenza Italiana dell’Unione Europea dedicato all’Agenda e all’economia digitale abbiamo detto con forza della necessità per l’Europa di perseguire un diritto fondamentale che è quello del diritto al lavoro se possibile nel proprio Paese, al massimo dentro i confini dell’Unione Europea. Il tema della discussione oggi  e di questo importante approfondimento è insieme innovativo e affonda nella tradizione della cultura cattolica ma anche della Politica estera dell’Italia, del grande momento della Cooperazione Internazionale che va rilanciata assieme ai grandi temi del lavoro per i giovani, lavoro legato all’impegno sociale.

Fra profit e non profit esiste una nuova prospettiva per la politica interna e per la politica estera, per chi si occupa di Europa “politica di vicinato”, dobbiamo segnare un nuovo cammino in un’ottica di sussidiarietà e solidarietà. Occorre impiantare qualcosa di concreto per realizzare una vera e propria dimensione sociale della zona Euro. Stiamo intensamente lavorando sulla strategia di Europa 2020, sul rafforzamento degli strumenti di Garanzia Giovani, stiamo riflettendo su un  grande tema in un Gruppo di lavoro che si sta riunendo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – dimenticato dai più –  che è quello della povertà dei minori. Lo spazio sociale dell’Europa serve dentro l’Area Euro ma serve anche e soprattutto nei confronti di chi ha bisogno di in’Italia forte e di un’Europa forte.

Possiamo ad esempio immaginare un Erasmus del volontariato ed un forte intervento sul Terzo  Settore. Su questo aspetto il Governo Italiano, in Consiglio dei Ministri, ha licenziato e approvato un Disegno di Legge delega per la riforma del Terzo Settore, dell’impegno sociale, per la riforma del Servizio Civile Universale. Nei dodici mesi dalla data di entrata in vigore della Legge Delega sono state riordinate tutte le discipline degli Enti privati del Terzo Settore. Quindi attività di volontariato e promozione sociale, impegno sociale, Servizio civile Universale finalizzato alla difesa non armata attraverso modalità rivolte a promuovere attività di solidarietà, inclusione sociale, cittadinanza attiva ed europea con la prospettiva di operazioni volte a favorire la Pace fra i popoli.

Il dibattito su cosa fare è aperto in un’ottica, quella del Terzo Settore e del Sociale, che sempre più potrebbe contribuire in Italia ad un nuovo e secondo miracolo economico. L’Italia è terra di promesse, dal Turismo e dal terziario sociale si potrebbe liberare un potenziale impressionante in termini di ricchezza e posti di lavoro. In questo settore gli impieghi potranno non venire soltanto dalle imprese esistenti. Il “bello e ben fatto” poggia sulla creatività e su forme di occupazione flessibili particolarmente congeniali a giovani e donne; abbiamo i numeri per affermarci come tappa obbligata per i grandi Tour, nuova moda delle classi medie di Cina, Russia e Brasile, Paesi che nei prossimi 5 anni produrranno 200 milioni di nuovi consumatori.

Si tratta di riflettere molto concretamente in termini di responsabilità sociale dell’Impresa: le risorse su cui dobbiamo ragionare son certamente economiche, ma anche e soprattutto intellettuali e di capacità di sviluppare. Per creare questi valori e per trasformare anche i valori intangibili in valori tangibili, bisogna creare un nuovo Soggetto economico di produzione e di sviluppo, e alla base esiste una materia prima chiamata risparmio, anche il cosiddetto “risparmio sociale”.

I progetti di crescita economica, in questo momento specifico, si debbono fondare sul sostegno reale e competitivo del lavoro, grazie all’uso ottimale delle risorse disponibili in ogni singolo Paese. Il rafforzamento dell’occupazione si fonda sul consolidamento della produzione interna, che deve anche essere competitiva per non penalizzare i consumatori con misure protezionistiche. Per raggiungere questo obiettivo sono necessarie risorse per gli investimenti e per finanziare una crescita più aggressiva, queste risorse sono disponibili e sono i risparmi. Il risparmio va protetto e valorizzato, convogliandolo verso diversi progetti che da una parte rafforzino le economie nazionali e l’occupazione e che – di conseguenza – valorizzino il risparmio stesso. E’ la grande sfida, una delle sfide che abbiamo davanti: invertire la rotta dell’investimento del risparmio fin qui orientata nelle situazioni più stravaganti, per andare ad investire a beneficio del Paese, dei risparmiatori, dei lavoratori, della nostra Italia inserita in Europa, dell’Uomo.

Il Governo italiano sta dando alcune riposte, sono risposte che la Politica con la P maiuscola deve dare perché un’altra Europa è possibile. In un volume recentemente pubblicato Monsignor Aldo Giordano, a lungo Osservatore Permanente della Santa  Sede presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo e oggi Nunzio Apostolico in Venezuela racconta che durante una seduta dell’Assemblea, con curiosità, si era dedicato a contare le parole più ricorrenti nel dibattito. Erano le parole etica, morale, responsabilità, dovere e che fino a quel momento difficilmente erano risuonate nell’Aula, prima della imprevedibile “crisi”.

Insomma, in un Paese che sembra smarrito, in un’Europa che sembra smarrita dobbiamo promuovere la speranza e dobbiamo costruire la speranza dei nostri Popoli e di quelli che andiamo ad aiutare a svilupparsi; per farlo dobbiamo costruire lavoro ed Imprese ed “…il potenziamento delle diverse tipologie di imprese ed in particolare di quelle capaci di concepire il profitto come uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del mercato e delle società – scrive Papa Benedetto XVI nella Caritas in Veritate – deve essere perseguito anche nei Paesi che soffrono di esclusione o di emarginazione dai circuiti dell’economia globale, dove è molto importante procedere con i principi di sussidiarietà opportunamente concepita e gestita…Negli interventi per lo sviluppo va fatto salvo il principio della centralità della Persona umana, la quale è il soggetto che deve assumersi primariamente il dovere dello sviluppo. Parole scritte da un Papa, uno dei cardini della Dottrina Sociale della Chiesa, un grande richiamo alla Politica che deve lavorare per la promozione e la dignità dell’Uomo, di ogni Uomo, di ogni religione e credenza.

 

Mario Benotti